

Bitta:
Spazio:
Tempo:
Il tempo massimo di regata è di 72 ore tra la data 11 Novembre e la data 23 Febbraio.
Mezzo:
Parole scritte. Minimo 4000 massimo 6000 battute spazi esclusi
Visibilità: Pubblico
Boa 1:
Suonare
Boa 2:
Danzare
Boa 3:
Coltivare
Equipaggio
AUTORE: Amauroto
TITOLO: Stelle alpine e immortalità
AUTORE: Bipi
TITOLO: La scelta migliore
AUTORE: Blunicorno
TITOLO: La descrizione della commozione del v€cch10 probabilmente da Oscar
AUTORE: Bollard
TITOLO: All’Old Neptune
AUTORE: Dolli
TITOLO: Il sogno di Svetlana
AUTORE: Fiorenzo
TITOLO: Lion’s roar
AUTORE: Gia prova tu
TITOLO: Sotto lo Stesso Cielo
AUTORE: igoele
TITOLO: E una sera al pub
AUTORE: Nina
TITOLO: I frutti dell’inverno
AUTORE: Silvietto
TITOLO: Viaggio in barca a vela, un’occasione per riconnetterci con noi stessi e la natura
AUTORE: Simo
TITOLO: Amica tristezza
AUTORE: Teresa Costa
TITOLO: Nel giardino
AUTORE: unduetrepermarie
TITOLO: VERGINE DI STELLE
A scuola la maestra spiega la stelle alpine. Racconta che sono fiori bellissimi che crescono sulle più alte montagne, e infatti sono chiamate le regine delle Alpi. Sono forti, sopportano il gelo e i raggi solari zeppi di ultravioletti che a quelle altitudini sono potentissimi. La maestra dice che si tratta di una specie protetta, ma, se si potesse raccogliere, darebbe grandi benefici agli esseri umani, perché ricca di antiossidanti, sostanze che non fanno invecchiare, almeno non troppo velocemente. Paolo, che ha 7 anni e un po’ vorrebbe crescere, ma solo un po’, mica diventare vecchio come suo nonno, è completamente avvinto dalla narrazione, tanto che per il resto della giornata pensa solo alle stelle alpine. Non si accorge nemmeno che suona la campanella dell’intervallo, e rimane attonito a fissare il Monviso dalla finestra della sua classe, seduto nel banco, mentre gli altri si avventano sulle merende che hanno negli zaini e si precipitano in corridoio. Paolo vorrebbe a tutti i costi procurarsi un sacco di stelle alpine per estrarne un elisir di lunga vita con cui diventare ricco, famoso e non dover mai fare un lavoro come quello del suo papà, che si lamenta tutto il tempo perché dice che lo obbligano a fare cose che non vorrebbe, a seguire orari terribili, a lavorare con persone insopportabili.
Quando il suo compagno Gianni gli si avvicina, si ricorda che lui va sempre a fare trekking con i genitori, e una volta lo ha anche invitato, dicendogli che avrebbero potuto danzare tra le stelle alpine, che all’epoca manco sapeva cosa fossero. Lui non aveva nessuna voglia di andare a sgobbare senza fini interessanti, e gli aveva detto che i suoi genitori non lo avrebbero lasciato. Ché poi, a lui, danzare tra i fiori, sembrava proprio un’attività da bambine. Oggi, però, inizia a pensare che ballare tra le stelle alpine possa già essere qualcosa che ti rallenta la vecchiaia. “Ehi, ma ci vai sempre a camminare in montagna?” gli fa. Gianni sorride: “Certamente, è bellissimo! Vedi le mucche, le marmotte, ci sono i girini nei laghetti, che se te li porti a casa poi diventano rane!” A Paolo non frega niente di tutte queste cose, gli interessano solo le stelle alpine. “Ma eri poi andato a danzare tra le stelle alpine?” L’amico lo guarda con un’espressione sorpresa. Poi si ricorda: “Ah, le stelle alpine, una volta ne ho viste due, erano bianche, pelose e spuntavano da una roccia verticale”. Paolo scende dal banco su cui si era seduto a gambe incrociate: “Ma come, non dovevi ballarci in mezzo?” L’altro fa spallucce: “Ma va, era per convincerti a venire con me”. “Una volta che andate dove ci sono le stelle alpine posso venire con voi?” chiede Paolo, mostrando il quaderno con le frasi che ha dettato la maestra. “Ci organizziamo, prendiamo i pistilli e le coltiviamo. Poi facciamo una marmellata di stelle alpine. la vendiamo e diventiamo ricchi e rimaniamo giovani per sempre, perché mangiandole non si diventa vecchi”. L’altro lo guarda come se fosse impazzito, ma l’idea di poter fare una gita diversa lo alletta.
La domenica dopo, Gianni, Paolo e le relative famiglie sono al Pian della Regina. La sorella di Paolo, immersa nello smartphone, lamenta la carenza di connessione e sventola il device per aria, senza successo. Non può lamentarsi troppo perché ha vinto un anno di pulizie della sua stanza a cura del fratello in cambio di quella terribile giornata sui monti. Paolo non vede l’ora di prendere quei semini che sono in mezzo al fiore, ovviamente senza staccarlo da terra, per iniziare di nascosto la sua coltivazione. “Allora cerchiamo tutte le stelle alpine e recuperiamo i semi. Mi raccomando, questa è una vera e propria missione!” Gianni è molto più propenso a cercare girini per metterli nella borraccia e allevarli a casa. “Ma non è una cosa crudele? Non stanno meglio qui?” chiede Paolo, mentre allaccia gli scarponi. Gianni ribatte: “Anche le tue stelle alpine coltivate nel vaso a Cuneo staranno malissimo, non ti credere!” Paolo rimane come folgorato: “Ma scusa, sono piante, mica hanno un cuore”. Gianni inizia a dire che tutto quello che vive ha un cuore, o perlomeno un’anima. Dubbioso, Paolo si gira e vede un cartello: “Essenza Monviso”, e dietro il cartello una distesa bianca, che se non fosse giugno penserebbe che sia nevicato. Invece no, non è neve, sono stelle alpine. Suo papà si inginocchia davanti a lui, allacciandogli meglio lo scarpone destro: “Hai visto che bella coltivazione di stelle alpine?” Coltivazione? A Paolo si rompe dentro qualcosa. La sua prima idea imprenditoriale è stata spodestata. Lui che voleva iniziare con qualche vasetto, si vede davanti la concorrenza di un colosso. “Ma che ci fanno?” chiede con una voce flebile. “Beh, liquori, oli: sai che l’olio essenziale di stella alpina fa benissimo?” Lui non risponde. E’ troppo deluso, proprio perché lo sapeva. “Però dopo mi compri un po’ di olio essenziale?” Il papà si mette a ridere: “Magari lo prendo a mamma. Che te ne fai, tu, dell’olio essenziale?” In effetti, lui non se ne fa nulla, per ora. Deve ancora crescere.
La sera Paolo torna a casa paonazzo per il sole e distrutto dalla fatica della camminata – evidentemente è meno resistente di una stella alpina -, ma con una bottiglietta piena di girini. Mentre li rovescia in una bacinella piena d’acqua e pietre con cui ha coscenziosamente riempito lo zaino, inizia a pensare al suo prossimo progetto imprenditoriale.
Da sempre l’essere umano guarda trepidante il cielo per almeno tre motivi: orientarsi e seguire la direzione, interpretare le stelle e le costellazioni provando a prevedere il futuro, farsi appagare dalla bellezza e dalla poesia di un cielo stellato. Io rientro in quel gruppo di persone che si orienta con difficoltà e viene rapito dalla bellezza del mondo camminando con il naso all’insù.
Cesare domani compirà quattro mesi. Oggi è il giorno della mia prima lezione di marcia: gambe, affondi, sbloccaggi, movimenti d’anca, … Mi guardo intorno mentre cammino nel viale deserto del lunedì mattina e penso che questo è il vero sogno che coltivo fin da quando ero piccola. Guardavo in televisione le Olimpiadi, provavo a marciare intorno al tavolo della cucina mentre sparecchiavo e apparecchiavo. Facevo dei tratti camminando verso scuola marciando e tentando di mantenere sempre il contatto con il terreno, pena la mia autosqualifica e il ritorno indietro di qualche metro verso casa. Ora la campionessa olimpionica è qui con me in carne ed ossa, e mi sta allenando. Il cuore è a mille, le sensazioni sono ottime! Ripenso a mio nonno che diceva sempre: – Se vuoi fare cose che non hai mai fatto devi diventare una persona che non sei mai stata. – Ed è così che mi sento, sicura sul da farsi e più che mai convinta che ce la farò. L’incontro è settimanale e, in aggiunta, a casa parto subito con addominali per rinforzare il core, esercizi statici, prime prove di marcia in autonomia. Vado a segnare tutto sul mio quadernino delle corse in cui meticolosamente indico anche sensazioni pre e post allenamento. Appoggio, rullata, appoggio; mi filmo e riguardo gli errori cercando di migliorarmi in vista della prossima lezione. Sono come sempre molto critica con me stessa. Il movimento dei fianchi dovrebbe essere come un balletto, due parti del corpo che danzano all’unisono.
Fin da subito mi accorgo che qualcosa non torna: l’oscillazione sul lato sinistro, per quanto io mi impegni al massimo, è difficile, come bloccata. Non demordo e continuo a provarci senza dare spazio alla mia testa che vorrebbe sempre farmi cambiare idea anche se sono più che convinta su una nuova decisione presa. Seguono settimane di allenamenti con dolori sia di giorno che di notte e molteplici tentativi di sbloccaggio dell’anca in studi fisioterapici non fanno che confermare la tesi della mia testa: sono veloce ma questo non basta, qualcosa pare non andare come immaginato.
La diagnosi dopo la risonanza arriva come un fulmine a ciel sereno, è dura e incontrovertibile. L’infiammazione è bilaterale e molto estesa, si tratta di qualcosa di cronico e degenerativo. Secondo il reumatologo è molto difficile anche solo pensare che io possa ancora correre o marciare.
Spingo il nodo in gola giù, sempre più giù. Non me la sento di spiegare niente a nessuno. Mi metto il piumino ed esco a camminare nei campi. La serata invernale è gelida, il mio respiro diafano esce dalla bocca come fumo dal camino. Ripenso a mio nonno e a quello che mi diceva per tirarmi su nelle giornate storte: – Queste giornate sono proprio quello che serve per ripartire più carichi di prima. Quello che vuoi, lo otterrai solo con tanto sforzo e se veramente ci credi. – Poi mi nascondeva due barrette Kinder nella mano. Lo sento vicinissimo a me, mi sorride dalla sua stella luminosa nel cielo. La guardo mentre accelero il passo, respiro profondamente e di colpo mi fermo. Anche se le stelle sono miliardi di miliardi io so che lui mi guarda sempre da quella stella lì. E’ una cosa strana ed inspiegabile ma io so che è così. Come nella notte in cui mi ha lasciata e mi ha chiamata con una voce che ho sentito solo io per riuscire a darmi ancora un’ultima volta la mano.
Ripenso alle nostre estati sopra Castelmagno, seduti con le gambe a penzoloni dal bagagliaio della Panda 4X4. Giornate interminabili trascorse a fissare il cielo, a cercare qualcosa in movimento nell’obiettivo del binocolo fino al tramonto. La sera ce ne stavamo chiusi nel sacco a pelo ad osservare le stelle incrociando le dita nella speranza di intravedere la mia stella cadente, quella che non arrivava mai. Ricordo nitidamente che non faceva freddo. Quello no, non lo sentivo mai, anche se non avevamo una tenda. E sorrido ripensando ai cartelli stradali che vedevamo scendendo lungo la strada, quelli a sfondo blu con il nonno e la bambina per mano. – Siamo io e te, vedi che lui è alto e molto magro, con il cappello come il mio. Li ho fatti disegnare per non dimenticarci mai l’uno dell’altra anche quando non ci sarò più e di me rimarrà solo una stella nel cielo. – Ora più che mai ho la certezza che sarà con me anche questa volta, e insieme ce la faremo.
E’ di nuovo inverno. Corro con la luce frontale spenta, osservo la mia stella. Le gambe si muovono veloci alla ricerca del miglior tempo per la prossima maratona. Dalla bocca esce un gelido fumo. Nessun rumore se non quello dei miei passi leggeri. Nessuna luce intorno se non quella di una luminosa stella in cielo che mi sorride da lontano. Nell’ultimo anno ho messo sul piatto della bilancia tutto quello che conta veramente per me. Ho eliminato il superfluo.
La corsa è rimasta nonostante le cure, i giorni no e i pareri discordanti di qualcuno. Sento nel profondo del cuore che questa è la vera terapia, ciò che più di tutto mi continuerà a far sentire leggera.
Torno a casa, mi faccio una doccia veloce e apro il libro. Guardo il buio fuori dalla finestra. Sento la civetta squittire sopra il tetto. Suonano il campanello. I bambini sono tornati a casa. Sorrido e penso che è proprio così, la scelta migliore nella vita è scegliere di provarci. Sempre.
Avevamo finito di cenare, e quindi ce ne andammo fuori a riveder le stelle.
A occhio, mi sembrarono meno di qualche mese fa: la notte di san Lorenzo era stata dura per tutti.
Mentre finivamo la canna appoggiati al balcone, staviamo a sentire una musica bizzarra portataci dal vento (abbastanza gelido, a metà novembre).
Però N. non vuole si fumi in casa (“Sono contrario al fumo passivo e favorevole al fumo attivo” – anche se poi perlopiù fuma a scrocco – è la sua filosofia, e non avevamo mai trovato argomenti retorici abbastanza solidi per opporci, e comunque era casa sua, e “mi casa es mi casa”, era un’altra delle sue massime, e anche lì facevamo spallucce: pessimo ospite, non aveva neanche cucinato lui, ha ordinato con un’app e poi ha cercato di contrattare col corriere sulla mancia, sostenendo che che una parte spettasse a sé perché il corriere era comunque salito sullo zerbino quindi doveva pagare contributo di soggiorno e plateatico) e quindi siamo assiepati sul balcone, stringendoci per tenerci caldi come passeri su un filo.
Ma il vento ci porta la musica, su quel filo.
Non è solo punk, non è solo ska, ma c’è del punk, c’è dello ska, c’è del reggae.
Proviene sicuramente dalla festa del quartiere, quattordici isolati a sud.
“Sud-SudOvest!”, puntualizza G., in modo alquanto importuno, perché non era parte del *parlato* : che diamine, sapevamo _tutti_ dove fosse la festa del quartiere, è ovvio che l’Autore, mentre aiuta il gentile lettore a inserire nel contesto, per poterla debitamente visualizzare, una preziosa informazione come uno dei quattro punti cardinali, stia solo cercando di prendere tempo e rubare battute per arrivare alle 4000 (quattromila) necessarie alla pubblicazione.
“Andiamoci!”, propone H., sempre positiva e pugnace.
“Votiamo!”, propone P., giovane promessa della locale sezione del Partito Inutile.
Finisce 2 a 2 e una scheda bianca, così si va ai calci di rigore, poi ci sono falli di mano, invasioni di campo, si vocifera di un tifoso ammazzato da una carica, per cui anche i contrari e la scheda bianca prendono su i giumbotti e si va alla festa.
Svoltiamo l’angolo in una piazza imballata di gente che balla, sul palco una banda di gente sudata con strumenti a forma di animale sta reggaeggiando e cantando in una lingua dolce e quasi conosciuta.
“È occitano- entra a gamba tesa G. – l’occitano, o lingua d’oc (nome nativo: occitan o lenga d’òc, pron. /ˈleŋɡɔ ˈðɔ(k)/), è una lingua occitano-romanza parlata in un’area specifica dell’Europa meridionale chiamata Occitania, non delimitata da confini politici o amministrativi e grossolanamente identificata con la Francia meridionale o Midi.
Etimologia
Carta delle lingue d’Europa secondo il marchese d’Argenson (1859)
La denominazione occitano deriva dalla parola occitana òc che significa “sì”.
Questo criterio distintivo venne usato da Dante Alighieri, che descrisse le lingue occitana, francese e italiana in base alle loro rispettive particelle affermative: òc, oïl (antenato del moderno oui) e sì.
Difatti, mentre i termini òc e oïl derivano rispettivamente dalle locuzioni latine hoc ed hoc ille, la parola italiana “sì” trae la sua origine dall’avverbio latino sic (i.e. “così”). ”
“Sì, ma hai copiato la definizione paro paro da Wikipedia, mi sembra scorretto”
“Ti sembra scorretta Wikipedia?'”
“Mi sembra scorretto il tuo atteggiamento”
“Ma accetti la validità autoriale di Wikipedia?”
“Ma che c@zz0 stai dicendo?”
“Perché hai detto _c@zz0_ ?”
“Perché ero inc@zz@t0”
“Sì, ma perché lo hai scritto così, in lightLeet?”
“Ma d10p0rc0, stai di nuo\/o usc&ndo dal personaggio: NON PU0I sapere cosa ho scritto, sei solo un personaggio della _mia_ storia!!!”
“Touché!”
Il brano verte ( secondo la spiega di un v€cch10 intripp@tissimo della band sul palco, probabilmente il nonno di uno di loro, magari proprio quello che aveva appena fatto un salto mortale [è solo un modo di dire :-)] sul palco di lamelle d’abete levigate a mano una per una (e siamo quasi a quattromila battute 🙂 sulla mariju@na.
Racconta di una cena dove si fuma, mangia e pianta mariju@na in un paesino (“Il mio”, puntualizza il vecchio con gli occhi liquide stelle) e del proposito di piantare la mariju@na a Coumbouscuro* ( cosa che qualcun** avrà senz’altro fatto, ma al Patriarca non sarebbe probabilmente piaciuto).
Il finale, “pianténla a casa mia!”*** , esprime un vitalismo paragonabile a un sacco di cose positive che tutt* ben sappiamo.
(*): si è mantenuta, per rispettare più sensibilità possibili, la grafia usata anche dal periodico di riferimento.
Secondo me De André si è preso un abbaglio ma vabbé, brutto sparlare dei morti.
(***): si è mantenuta, ecc ecc, vedi nota (*)
“Mancano meno di due ore all’exploit!” esclama B.
“Hanno prorogato!”, puntualizza G.
“DI quanto?!?”
“Due giorni”
“Ma è pokissimo!”
“Eh, vacci tu in contrattazione….”
“Facciamo 5 giorni e nessuno si farà male”
“Andata!”
[ rif: https://www.youtube.com/watch?v=Hm__xrJegCk ]
Venerdì sera sono stato all’Old Neptune. C’era posto nell’angolo vicino al bovindo, dove Darren ha appeso qualche foto di vecchie stelle del cinema americano. Hedy Lamarr, Clarke Gable e Lauren Bacall, quel tipo di personaggi che posso ricordare io. E’ un pub difficile da definire perché mette insieme situazioni diverse: gente di Whitstable che viene qui dopo il lavoro per incontrare qualcuno, giovani dei dintorni che vogliono ascoltare musica, turisti che lo hanno scovato su qualche guida o anche solo persone di passaggio che restano colpite dal profilo del doppio tetto sulla spiaggia.
Venerdì sera era in programma un po’ di musica dal vivo con un gruppo locale e sul manifesto ho riconosciuto il nome della chitarrista: Judy Bell, è la nipote di Larry, vecchio compagno di scuola. Credo di averli sentiti lo scorso anno all’Oyster Festival e lei è brava: voce e chitarra, con il gruppo rifà pezzi celebri recenti senza troppa amplificazione. L’altra sera Judy è arrivata presto con un’amica e altri due giovani: si sono seduti davanti alla finestra vicino al mio tavolo per mangiare qualcosa.
– Ci sono le ostriche?
– Certo che ci sono!
Uno dei due ragazzi vuole darsi un tono, ma qui le ostriche più che un lusso, sono una tradizione: ci sono da secoli e fino alla metà di quello scorso in ogni famiglia c’era qualcuno impiegato nel settore. L’acquacoltura è un’attività particolare e ci vogliono anni per portare i molluschi in tavola: si coltiva con calma e pazienza. Non sembrano averne molta i due giovani al tavolo e cercano il modo di mettersi in mostra con le ragazze, quello biondo di spalle parla ad alta voce e prende in giro quello bruno per un portachiavi a forma di surf:
– … ma se non sei nemmeno entrato in acqua!
– Certo, c’erano onde da mareggiata…
Scherzano, ma non si avverte simpatia: il biondo cerca in maniera un po’ gradassa l’attenzione di Judy che invece si alza per raggiungere gli altri elementi del gruppo che montano gli strumenti in un angolo della terrazza. Ripenso alla mareggiata del ’73, quando “l’acqua è arrivata fino alle stelle” diceva Darren e intendeva i quadri alle mie spalle. Quella sera avevo coltivavo davvero con pazienza il mio grande amore, credo di essere stato delicato, chi avrebbe mai detto che sarebbe finita così.
– Signore e signori un po’ di attenzione…
– Oh zitti che iniziano.
La musica riempie la spiaggia allargata dalla marea mentre il sole tramonta appena oltre il molo. E’ uno spettacolo: bisogna esserci stati almeno una volta altrimenti non ci credi e le fotografie non sono all’altezza. Esco anche io sulla terrazza per godermi la bellezza del momento: non conosco la canzone, ma incrocio gli occhi chiari di Judy che dalla pedana mi riconosce e sorride. E’ davvero bella con lo sguardo luminoso di suo padre e le lentiggini di sua madre: suonano a lungo, e la serata tiepida si fa meravigliosa quando si accendono le file di lampadine appese. Chiudono con una ballata folk e qualcuno azzarda passi tradizionali senza conoscerli bene
– Dove sono andati Dean e Rose?
– Credo facciano due passi sulla sabbia…
Quando la band rientra nel locale per bere e prendersi i complimenti la chitarrista torna al suo tavolo e chiede degli altri. E’ rimasto solo il ragazzo bruno che risponde impacciato: si vede che la ragazza gli piace un sacco e vorrebbe approfittare della situazione, ma non sa cosa dire. Anche Judy è imbarazzata e quando il batterista la chiama per presentarle un amico torna sulla terrazza dove qualcuno balla ancora la musica tradizionale lasciata in sottofondo: guardo il tipo rimasto solo e mi ricordo di aver danzato questa roba al matrimonio di un cugino in una festa finita ubriachi per la troppa malinconia.
– Ultimo giro…
– Una rossa, grazie!
Il bancone suona la campana e la serata sfuma. Chiedo l’ultima birra e guardo Judy che si è seduta per chiacchierare con l’amico del batterista. Ride e lo guarda negli occhi: ha ripreso la chitarra e pizzica qualche accordo mentre scherzano. Lui le chiede qualcosa e lei accenna ad un pezzo suonato nel concerto dove si diceva “tu sei un cielo pieno di stelle”. Non c’è più traccia degli altri amici.
– Davvero hai imparato da sola?
– Ma sì, credo mi abbiano messo la chitarra in braccio quando ero bambina…
Lui la guarda rapito, lei continua ad arpeggiare con naturalezza mentre chiacchiera. Non ho mai imparato a suonare nulla, mi viene in mente quella volta che inauguravano una targa per definire la città “Perla del Kent”: avevano coinvolto i ragazzi che a scuola avevano preso lezioni di musica da Mrs. Moon; io guardavo Larry suonare “Auld Lang Syne” con il violoncello di suo padre e pensavo che presto sarei diventato un musicista anche io.
Saluto Darren e mi incammino sul lungo mare, tra le spiagge e le casette colorate. C’è una panchina di legno poco più avanti, la chiamano del poeta vagabondo per la citazione incisa sopra, quando arrivo mi accorgo che nel buio c’è seduto qualcuno, è il ragazzo bruno scaricato da Judy: mi guarda e fa un cenno di saluto. Non so che fare e finisco per fermarmi accanto a lui. Non diciamo nulla: l’aria è rimasta tiepida e il rumore della risacca alle nostre spalle è un ritmo. Ripenso alla serata e a ciò che passa senza che io me ne accorga: a guardare la vita da qua sembra tutto vicino, come se il tempo non fosse trascorso, eppure ci sono decenni fra le cose accadute: io che sogno di diventare un musicista insieme a Larry e riconosco sua nipote con i capelli rossi che suona la chitarra, che non sopporto la scortesia dell’arrogante e piango ad una festa di nozze, che sono attento ad una ragazza anche se l’amore è finito e vedo gli effetti di quella mareggiata che sembra ieri. Ieri è mezz’ora fa: la mezzanotte è passata da un po’ e ieri è la mia serata al pub, quel pezzetto di passato va a incastrarsi fra gli altri, chissà se scivola lontano dai ricordi o se si mette a disposizione della memoria, insieme alle altre cose che restano, che ci sono, che sembrano ferme e vicine come particolari dell’Old Neptune. Coltiviamo, suoniamo, danziamo. Tutto nella stessa vita e tutto resta a portata di mano come le bottiglie dietro al bancone.
Ascolto il rumore delle onde nel buio e ad un certo punto smetto di pensare a tutte queste cose: mi giro verso il quasi sconosciuto che ho accanto. Lo guardo: ci saranno cinquant’anni fra me e lui. Mi piacerebbe sapere che cosa sta pensando.
Il sogno di Svetlana
Kateryna Kovalenka, attraverso la finestra aperta, guardava l’immensità buia sopra di lei. Quante stelle in cielo in quella tiepida notte d’agosto! Talmente vivide e luminose che pareva di poterle contare ad una ad una.
Belle ma così incredibilmente lontane dalle sofferenze e dalle ingiustizie umane, rifletteva triste. Testimoni silenziose dell’immane tragedia che da più di due anni sconvolgeva la sua terra.
Poi, con un groppo alla gola, aveva ripreso ad osservare le immagini che, impietose, scorrevano sullo schermo della vecchia televisione in cucina.
Non riusciva a credere che quell’ammasso di macerie fosse Mariupol. La sua bellissima città natale, piena di parchi e giardini lussureggianti, adagiata sulla costa settentrionale del Mar D’Azov.
Distrutte le sue innumerevoli chiese, i Teatri, isolati interi di cui restavano in piedi solo qualche muro cadente e case sventrate dalle finestre simili a occhi vuoti.
Pareva l’inferno in terra, The day after come nel film di Nicholas Meyer. Quasi che una nuova Apocalisse, di violenza inaudita, si fosse abbattuta sull’intero abitato.
Meno di due anni erano passati da quel fatidico marzo del 2022 in cui le truppe russe avevano sferrato il loro attacco alla città e la resa di Azvostal nell’aprile dell’anno successivo, ne era stato il drammatico finale.
E lei, come tanti altri, aveva cercato di sottrarsi a quel continuo fuoco di artiglieria, all’incubo delle sirene che, a tutte le ore del giorno e della notte, laceravano il silenzio. Al terrore provato, ogni qual volta i missili balistici e i razzi nemici solcavano l’oscurità del cielo. Schegge luminose unicamente foriere di morte.
E siccome oltre al freddo e la fame aveva sentito la paura ingigantire dentro di lei come una bestia feroce giorno dopo giorno, nel tentativo disperato di sfuggire a quelle atrocità, diciotto mesi prima si era rifugiata nella casa di campagna, insieme alla nipotina Svetlana.
Lei sola, visto che i genitori, entrambi medici, erano rimasti a lavorare nell’Ospedale cittadino per alleviare le sofferenze dei feriti che, numerosi, continuavano ad affluire nella regione martoriata del Donbass.
Quando la bimba era entrata di corsa in cucina, Kateryna non aveva avuto il tempo di cambiare canale o spegnere la televisione.
Non voleva, del resto, che la piccola vedesse tutto quello scempio, non era giusto. I bambini dovevano solo ridere e giocare a quell’età, avere un’esistenza il più possibile serena, non snaturata e stravolta dagli orrori della guerra. E vederla talvolta isolarsi in un mondo tutto suo, fatto di silenzi pesanti, di sguardi malinconici, le procurava un profondo struggimento.
“Nonna, per favore, metti in pausa, quella è la mia scuola! “aveva gridato eccitata, indicando un punto sullo schermo.
“Di fianco si vede il giardino dove, nell’intervallo, andavamo a giocare. Certo non è bello così pieno di erbacce e senza panchine. Lo scivolo, poi, è rovesciato e anche l’altalena ora pende di lato. Però che strano: accanto c’è una fossa che prima, son sicura, non c’era.”
“Non ti preoccupare, tesoro. Ci vuole poco a tagliare un po’ d’erba e rimettere quei giochi a posto, vedrai che quando tornerai sarà tutto perfetto. “
“Visto che c’è, mi piacerebbe riempissero d’acqua quel grande buco per farne un piccolo lago. Che dici? Sarebbe bello costruire delle barchette di carta e farle galleggiare lì dentro.”
“Certo “aveva risposto Kateryna con un sorriso tirato, ricacciando indietro le lacrime. Non poteva certo riferirle che dal mare le navi russe avevano bombardato la scuola in cui oltre quattrocento persone, che vi avevano cercato rifugio, avevano invece trovato la morte.
“Sai perché voglio tornarci al più presto?”
“No, raccontami…”
“Veramente non dovrei dirtelo perché è un segreto: io e Alexandra abbiamo nascosto, vicino all’albero grande, un tesoro e ora, per paura che lo rubino, vorrei riportarmelo a casa.”
“Addirittura! E cosa mai ci sarà di così prezioso?”
“Lei, nella scatola, ha messo un braccialetto di perline di vetro ed un fermaglio, io una collanina di pasta e una tua foto.”
“Una mia foto? “aveva chiesto sorpresa.
“Sì, di te quando da ragazza ballavi a teatro, me l’ha data papà. Eri così bella e non sai quante volte ho sognato di divenire una ballerina brava come te.”
“Che cara! Non sapevo che anche per te fosse così importante danzare. Credevo lo facessi per far piacere alla mamma. Ma, credimi, ci vuole tanto lavoro e costanza per riuscirci. “
“Infatti Irina Mielosky, la mia insegnante, mi faceva stare ore ore alla sbarra per esercitarmi. E non andava mai bene niente per lei, la fatica non era mai abbastanza.”
“Una maestra un po’ troppo severa per i miei gusti, comunque per imparare a danzare è necessario coltivare le proprie doti con impegno e sacrificio. Soprattutto bisogna crederci se vuoi raggiungere i tuoi obiettivi, senza mai arrendersi di fronte alle difficoltà.”
“Oh lo so bene! Visto che le prime volte che mettevo le punte i piedi mi facevano un male terribile. Zoppicavo e mi venivano perfino le vesciche, ma guai a lamentarsi o protestare, bisognava soffrire in silenzio.”
“Allora, visto che oggi siamo in tema di segreti, voglio mostrarti una cosa. Aspettami qui un attimo, faccio un salto in solaio e arrivo subito.”
Dopo pochi minuti era rientrata con un grosso scatolone da cui aveva estratto un bellissimo tutù di tulle bianco ed un paio di scarpette di raso con la punta.
“Che meraviglia! “aveva esclamato Svetlana estasiata “è tuo?”
“sì, il mio costume di scena di quando avevo più o meno la tua età. La prima volta che, nello Schiaccianoci, ho interpretato Clara. Ricordo che ero agitatissima e la notte prima non ho chiuso occhio per l’emozione.”
“Anch’io, due anni fa facevo la parte di un topolino in quel balletto, uno di quelli che combatte contro lo Schiaccianoci, ma poi, non so perché, hanno chiuso il teatro Drama e da quel giorno non ho più ballato” aveva concluso lasciandosi sfuggire un sospiro, mentre una lacrima improvvisa faceva capolino tra le ciglia.
“Allora facciamo un patto” l’aveva interrotta Kateryna con sguardo lucido” mettiamo in sala il grande specchio che c’è in cantina e tu, da domani, ricominci ad esercitarti per cercare di recuperare il tempo perduto. Farò accordare il vecchio pianoforte per suonare la musica dal vivo, così potremo ripetere cento volte le parti più difficili, studiarne il ritmo, gli accenti. E in men che non si dica, vedrai, diventerai bravissima.”
“Sarebbe fantastico, nonna! Un vero sogno.”
“A proposito di sogni, vieni qui, accanto a me. Guarda quante stelle si scorgono in cielo in questa notte di San Lorenzo.
Dicono che se vedi una stella cadente, devi esprimere veloce un desiderio e quello, in futuro, si realizzerà. “
“Sul serio? Ma se cadono finiscono qui sulla terra?”
“No, tu ne scorgi solo per un attimo la scia luminosa, prima che spariscano di nuovo nel buio.”
“Ne ho vista una” aveva sussurrato Svetlana, spiando il manto vellutato della notte.
“Posso dirti cosa vorrei?”
“No, deve restare un segreto, se no non si avvera. “
“Ma tu lo sai già nonnina…” e mandandole un bacio con la punta delle dita, era andata di corsa ad infilarsi le scarpine di danza.
Lion’s roar
Mi chiamo Raoul, ho settantadue anni, sono un coltivatore o meglio un allevatore, un allevatore di galline, un insignificante allevatore in questa terra di mega allevamenti.
Sono nato e vivo da settantadue anni a Sabbioncello San Pietro una frazione di Copparo nella provincia di Ferrara
Il mood della mia vita è sempre stato, marcatamente o in sordina, un blues.
“manualità e fantasia”.
… passo dalle stalle alle stelle e senza rimpianti dalle stelle alle stalle.
Non mi sono mai stancato nè di viverla né di rileggerla la mia vita
… già rileggerla, appunto:
…. a Copparo c’è la festa tradizionale e direi viscerale delle leve il giorno di Pasquetta, la festa di tutti coloro che nell’anno in corso compiranno gli anni multipli di cinque, dai quindici in avanti e nel 2022 io compivo settantanni ed è questa festa che voglio rileggere.
È una festa che comincia con la sfilata di tutte le leve tra le vie e le due piazze del paese al seguito della banda cittadina tra due ali di folla.
È la vita sfacciata e improvvisata che sfila in piazza.
Sfilano le truppe,
….c’è un senso di appartenenza, di comunione patriottica alla vita che ironicamente ostenta energia e fragilità.
Beh, io sono nel gruppo “veterani” (70 anni) e cammino, cammino in questa sfilata circense
seguendo la musica, i saluti e i sorrisi delle facce conosciute, stoppandomi di tanto in tanto per una foto o una battuta leggera o sboccata.
Gli ingredienti che mi servono per gustare la vita sono la gente, la ressa, i rumori, la musica, gli abbracci del silenzio e ora nel programma c’è la messa, la Santa Messa, dove essi, certamente, non mancano.
È il punto successivo del programma che non mi entusiasma anche se non mi sorprende.
La maggioranza dei miei coetanei ha deciso di proseguire la festa, senza scossoni e fronzoli, al sicuro, nel nostro recintato orticello, tra “stellate” libagioni, barzellettistici teatrini e castigati trenini all’agriturismo “Sotto le Stelle” di Tresignana.
Così va il mondo, dopo una certa età si preferisce il previsto all’imprevisto.
Io no!
Il pranzo è stato lungo e lento, comunque sono di “bocca buona” e non mi sono annoiato.
Amo parlare, incuriosire ed incuriosirmi dei miei commensali, senza nascondermi nelle banalità.
Mi piacciono i dubbi e le ipotesi che emergono, su cui ragionare, ridere o sorridere.
Ahimè, verso le sette è cominciato a girare un foglietto che raccoglie i nomi di chi si prenota per la cena, ma io non l’ho sottoscritto.
Eh, no, io voglio ballare, intrupparmi tra sconosciuti, voglio raggiungere il gruppone che si trova al Barbablù.
È un locale sul lungomare dove sono già stato diverse volte, in diverse occasioni e che per me rappresenta sempre una certezza o almeno una probabilità.
La certezza è che al suo interno c’è una sorta di discoteca e le probabilità di ballare sono alte.
Mi accomiato dai miei coetanei e salgo in macchina diretto come un automa verso Lido delle Nazioni.
È il 18 aprile, la sera sta calando, cominciano ad accendersi le prime stelle e un settantenne guida verso l’ignota conclusione della giornata, con una determinazione infantile priva di ripensamenti.
… quello sono io!
Arrivato al “Barba”, scendo nella discoteca salutando e giustificando la mia presenza alle persone che conosco e senza ostentare le frenesie nascoste, vado a sedermi in un angolo riparato dallo sparo di luci.
Ci siamo io, il tavolino, un bicchiere e una bottiglia di acqua minerale già iniziata.
Approfitto, senza rimorso di quelle bollicine non mie e appoggiandomi allo schienale della sedia, osservo la porzione di creato che mi circonda.
La mia potrebbe definirsi una posizione yoga dove il corpo è momentaneamente assente e c’è solo la quieta essenza dei sensi.
La musica non è un granchè, ripetitiva e senza apnee e stalli interpretativi, ma mi butto lo stesso, superando quella briciola di ridicolo in cui potrei incorrere.
Avanti, indietro, girandomi, stoppandomi, cercando l’intesa, la sintonia colle note.
…. ad occhi chiusi in una prateria sconosciuta!
Ogni tanto apro gli occhi per sapere a che punto della pista sono e memorizzo volti, espressioni e abbigliamenti di chi mi circonda.
… soprattutto quelli delle donne.
Eh… già!
Sono un primitivo e riuscire a ballare abbracciato ad una “femmina” trasmettendo sensualità, quasi priva di gravità, a due metri da terra, sulla corda delle note, senza cadere nell’ovvietà, è sempre il mio elementare ed appagante traguardo.
Non è una corsa di velocità, ma di resistenza, non cerco l’omologazione, ma la distinzione.
È facile franare nel ridicolo, quando, a settantanni, chiedi ad una donna di ballare, inciampando in un “niet” mortificante.
Però, nelle varie giravolte in pista ad occhi chiusi, ogni tanto li apro per vedere e valutare a chi potrei rivolgere il mio invito e alla fine mi indirizzo, forse con un pò di timore, verso la “creatura” con cui penso di poter condividere affinità.
… ho ritrovato la stessa innocente eppur focosa emozione che avevo provato con una ragazza a sedici anni, par mio, ballando, in vibrante intesa, con lei, vestita di rosso.
Verso la mezza, l’una, potrebbe essere tutto finito, invece no!
Qualcuno dice che il “Caprice” di Codigoro sarà ancora aperto e si potrebbe ancora fare un salto là.
Fuori la notte è fredda e le stelle alte e lontane indicano la via verso il “Caprice” agli indomiti “magi” che colà intendono portare il loro dono di vita.
Arrivati al parcheggio di questa discoteca “professional”, rimaniamo un po’ titubanti, ma poi entriamo.
Entriamo nel tempio pagano, pagando il biglietto che comprende la consumazione, il guardaroba e una diversa liturgia comunicativa.
Gli adepti sono tutti giovanissimi, sui ventanni, la musica è di nuovo martellante e ripetitiva, ma io mi butto.
Mi butto nell’arena.
Sono un leone uscito dalla gabbia, mi punzecchiano sicuri di aver a che fare con una vecchia belva innocua e forse ‘mbriaca.
Trovato il bandolo gestuale da abbinare alla musica, mi lascio di nuovo andare ad occhi chiusi e giro, giro, danzando.
Giro e non cado anche se la pista è bagnata di birra.
Le “femminucce” tutte vestite di nero si atteggiano anticipatamente a “cougar”morbose e mi circondano insistemente eppur “innocentemente” provocanti.
Penso, allegramente, di essere un mito, ma se cadessi
….sarei un mito infranto.
Mi dispiacerebbe capitombolare, non tanto per la figuraccia, ma per l’annullamento del connubio esuberanza – padronanza.
Non era un Calvario e sono arrivato alle tre senza mai cadere anche solo nel ridicolo.
Uscito dalla basilica, il tempo, illuminato dalle fredde stelle, stenta a rimettersi in moto.
….ma poi, il vecchio endotermico è ripartito e io con lui.
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Mi piace esagerare, ma il racconto che può apparire sboccatamente istrionico si riferisce a fatti realmente accaduti.
…..l’importante non è vivere, ma “accorgersi” di vivere!
Le stelle, pensava Marta, erano sempre state lì. Immobili, indifferenti, lontane. Eppure, quella notte sembravano pulsare in modo diverso, quasi rispondessero a un richiamo silenzioso che solo lei poteva sentire. Era seduta sul terrazzo del vecchio casale di famiglia, la chitarra sulle ginocchia, le dita che accarezzavano le corde senza una direzione precisa. Suonare non era mai stato il suo forte, ma quella sera non importava. Le note si perdevano nell’aria tiepida di giugno, intrecciandosi con il frinire dei grilli e il respiro lento della campagna.
L’odore della terra bagnata dalla rugiada si mescolava a quello del legno vecchio del portico. Lì, da bambina, si sedeva con il nonno nelle sere d’estate, ascoltandolo raccontare storie di un mondo che non esisteva più: di vendemmie faticose ma felici, di feste di paese dove si danzava fino all’alba, di chitarre suonate con dita callose dopo una giornata nei campi. Marta allora lo ascoltava con una punta di insofferenza, senza capire del tutto quel legame profondo tra il nonno e la sua terra. Suo nonno le diceva sempre che coltivare la terra e coltivare i sogni erano la stessa cosa. Serviva pazienza, dedizione e una buona dose di ostinazione. Lui lo sapeva bene: aveva passato la vita tra i filari di viti, sotto un sole che non perdonava, con le mani sporche di terra e il cuore pieno di storie.
Marta, invece, era fuggita da tutto quello.
La campagna, il silenzio, il lavoro nei campi. Se ne era andata a Milano a vent’anni, convinta che la sua strada fosse fatta di luci artificiali e strade rumorose, non di tramonti dorati e profumo di basilico appena raccolto. Aveva inseguito il sogno di una carriera nella danza, aveva studiato, lottato, si era guadagnata il suo spazio. Ma poi qualcosa si era spezzato.
Un ginocchio fuori posto. Un dolore acuto. Un referto senza possibilità di appello.
L’infortunio era avvenuto in un istante. Un passo sbagliato, il pavimento scivoloso dello studio, un crack sordo che aveva riecheggiato nella sala vuota. Aveva provato a ignorarlo, a resistere, a reinventarsi. Ma la verità era semplice e crudele: non avrebbe più danzato come prima. Il verdetto era arrivato con la freddezza delle diagnosi definitive: lesione grave, cartilagine compromessa, nessuna possibilità di recupero completo. Era come se la sua vita avesse perso il ritmo.
Così era tornata. Non per scelta, ma per necessità. Per prendersi del tempo, per capire cosa restava di lei ora che non era più solo movimento e musica. E ora era lì, sotto un cielo infinito, con il cuore pesante e la sensazione di essere una nave alla deriva.
Il vento le scompigliò i capelli mentre alzava lo sguardo al cielo. Le stelle erano sempre le stesse, ma lei no. Un rumore la distolse dai pensieri. Si voltò e vide il nonno avvicinarsi, lento ma deciso, con una coperta sulle spalle e un sorriso negli occhi stanchi.
«Non riuscivi a dormire?» le chiese, accomodandosi accanto a lei.
Marta scosse la testa.
«Troppi pensieri.»
Lui annuì. Non le aveva mai chiesto nulla, non le aveva mai detto “te l’avevo detto”. Era semplicemente lì, come sempre.
«Sai,» riprese lui dopo un po’, «quando ero giovane, tuo bisnonno mi diceva che la terra è come la musica. Devi ascoltarla, sentire il ritmo, trovare il tempo giusto per ogni cosa.» Marta sorrise, pizzicando le corde della chitarra con più convinzione.
«E la danza? Nonno, anche quella è come la terra?»
L’uomo ridacchiò.
«Ogni passo è come piantare un seme. Se lo fai bene, prima o poi qualcosa crescerà.»
Lei abbassò lo sguardo sulle proprie mani, le stesse mani che avevano accompagnato ogni suo movimento, che avevano sostenuto il suo corpo nelle prese, negli slanci, negli equilibri. Ora sembravano incerte, fuori posto.
«E se il seme non attecchisce?» sussurrò.
Il nonno la guardò con dolcezza.
«Allora si pianta di nuovo. Magari in un terreno diverso.»
Marta rimase in silenzio. Poi, quasi senza pensare, si alzò in piedi. Scalza, sentì il fresco della pietra sotto i piedi. Inspirò profondamente, chiuse gli occhi. Il vento le sfiorò la pelle, portando con sé il profumo dell’erba umida. E allora si mosse.
Non era più la danza perfetta, studiata e calcolata. Non c’erano specchi, né riflettori, né giudizi. C’era solo lei, il battito del cuore e il sussurro della notte. Un passo, un altro ancora. Il ginocchio doleva, ma il corpo ricordava. Le braccia si sollevarono leggere, come se cercassero il cielo. Il ritmo era più lento, ma vivo.
Il nonno la guardava senza dire nulla, ma Marta sapeva che aveva capito.
La notte dopo, tornò sulla terrazza. Ma non era più sola. Aveva portato con sé un vecchio stereo trovato in casa e una ragazza del paese, Alice, che da piccola aveva sempre sognato di ballare ma non aveva mai potuto permettersi lezioni.
«Balliamo?» disse Marta.
Alice la guardò sorpresa, poi annuì.
E quella sera, sotto lo stesso cielo, danzarono.
Non per la perfezione, non per il pubblico. Ma per il puro, semplice bisogno di sentirsi vive.
Tea sbuffò l’ultimo soffio di fumo disegnando una lunga lama opaca nell’aria fredda di inizio febbraio. Quando diede una scrollata, la cenere accesa del mozzicone si sgretolò in un’esplosione di scintille che come stelle cadenti, cadendo si spensero. Estrasse dalla tasca del cappotto un vasetto di vetro, svitò il tappo e vi fece cadere il filtro usato. Annusò l’odore acre del piccolo contenitore cilindrico su cui aveva disegnato una stella pentalobata con un pennarello rosso e fece una smorfia. Richiuse il tappo stringendo forte. Sospirò.
“Ora va meglio” disse alzando lo sguardo verso di me. “Tutta quella gente mi terrorizza” con un accenno di sorriso.
Il cappello irlandese che si era comprata durante una vacanza a Dublino, e che indossava spiovente di lato, le offuscava il viso rendendolo cupo, quasi triste. Su un lato aveva ricamato una stella a sette punte con del filo di lana metallizzato. “Sono le sette regioni occitane, la terra dei miei antenati” diceva. La luce fioca si rifletteva sul filo metallizzato della stella e si spargeva nei colori dell’arcobaleno. I capelli lisci, come da contrapposizione alla tristezza del viso, le ricadevano sulle spalle e riflettevano i deboli fasci luminosi che si disperdevano attorno a lei. Tra i colori riflessi dalla luce della strada, sorrideva.
“Ti succede sovente” dissi osservando l’eyeliner attorno ai suoi occhi. “Ti chiudi in te stessa prima dei concerti. Invece, poi, salirai sul palco e non ti accorgerai del tempo che ti scivolerà addosso. Suonerai come sai fare: spontaneamente. È quello in cui crediamo, no? Abbiamo creato il nostro duo proprio per essere felici e spensierati facendo cosa ci piace. E poi sarai a fumarne un’altra, qui, a fine concerto, senza nemmeno accorgertene. E sarai felice. Va sempre così.”
“Tu ti sei abituato subito a salire sui palchi, esibirti, interrompere l’applauso con parole di incoraggiamento. Io ci metto un attimo prima di abituarmi a qualcosa, lo sai.”
Mi strinsi nelle spalle. “Ti abituerai anche tu senza accorgertene. Succederà e basta.”
“Ora voglio solo suonare” e i suoi occhi brillavano già di una luce diversa.
“Ecco. Forza, andiamo. Ci aspettano.”
Quando la band salì sul palco del locale, Alisa si accorse che Marvin non era più al suo fianco. Si voltò alcune volte ma non lo vide. Scrollò le spalle a dire non importa.
“L’australiano è sparito” disse a Susanna.
Il concerto iniziò e Alisa si accorse che non erano più di due persone a produrre quella musica che lei aveva ascoltato in camera, sul bus, all’università, col sole o con la pioggia. Era la musica trascendentale che le faceva vibrare l’anima.
“Guarda, la ragazza ha il tuo stesso cappello in tweed” le urlò in un orecchio Susanna per sovrastare la musica.
“È vero! Chissà se anche lei l’ha comprato in quel negozio di seconda mano in cui mi hai portata a Dublino, ricordi?”
La musica aveva un volume esagerato.
“Certo che mi ricordo. L’avevamo cercato per ore quello stupido negozio. E quando l’avevamo trovato faceva schifo.”
“Be’, ne era valsa la pena.”
Ascoltarono la musica ammaliate delle luci che sferzavano il buio umido della sala del pub. Un uomo iniziò a ballare poco lontano e i suoi vicini lo imitarono. I loro corpi si fondevano in danze di ogni tipo, contorcendosi e sfiorandosi i volti con le dita distese. Gli occhi erano chiusi e le labbra rilassate si abbassavano a ritmo per permettere a qualche rapido sospiro di librarsi nel tepore.
L’onda invisibile di sensazione positiva si divincolò tra le persone fino ad accarezzare Alisa. Dalle gambe salì un brivido che le invase il corpo e la fece saltellare. Susanna la imitò muovendo la testa da un lato all’altro.
Si guardarono, si osservarono gli sguardi, consapevoli di essere lì e in quel momento: non c’era nient’altro oltre la loro felicità. Con uno scossone, Susanna strinse Alisa e i corpi si fusero e le anime si intrecciarono e le strade si unirono e sembrava che il loro destino fosse lì, tra i cuori di una e dell’altra.
“Amo danzare così” disse una.
“Amo ogni cosa se ci sei anche tu” rispose l’altra.
“Vorrei salutare quei due ragazzi” sospirò Susanna con lo sguardo perso nelle bolle di gas che salivano dal fondo della pinta che aveva di fronte.
“Perché non andiamo a cercarli? Potremmo bere una birra insieme, se vogliono” disse Alisa accennando un sorriso.
Il pub era ancora gremito di gente anche se il concerto era finito. C’era chi stava in piedi a conversare animatamente con qualche persona che poco prima era sconosciuta e chi invece era seduto ai tanti tavoli di legno disposti secondo un ordine strambo, noto forse solo ai camerieri.
A lato della sala, vicino al corridoio dei bagni, c’era un gruppo di ragazzi francesi attorno a un flipper. Stavano scommettendo birre Estrella in bottiglie da sessantasei. Era un clima conviviale ed eterogeneo di persone felici.
“Eccoli” scoppiò Susanna appena vide i musicisti. “Sono in mezzo ai francesi.”
“Proviamo ad avvicinarci.”
Si fecero largo e ci arrivarono di fronte. Tea parlava con un ragazzo di Montpellier che aveva bevuto troppe birre. Dall’enfasi della sua voce annebbiata pensavo che, forse, gli eravamo persino piaciuti. La mia attenzione, però, era rivolta alle due ragazze che ci avevano raggiunti. Una di loro portava lo stesso identico cappello di Tea, ma senza la stella ricamata.
“Grazie infinite” la voce della ragazza col cappello era leggera e filtrava attraverso un sorriso smagliante. Allungò le braccia e mi abbracciò, scavalcando il ragazzo visibilmente ubriaco.
“Grazie a voi di essere venute.”
Ci presentammo e ci offrirono da bere. Accettammo.
Quella tra me e Tea era una relazione aperta, quindi non soffocai il senso di leggerezza che nacque in qualche posto tra la mente e il cuore conversando con quella ragazza, anzi, lo lasciai libero di addolcirmi. Da quando vivevo secondo i miei istinti, secondo le mie sensazioni, tutto era diventato più facile. Persino amare.
Alisa, si chiamava. Sicuramente pensava di trovarsi nel momento giusto al posto giusto, perché raccontava della nostra musica come se amasse ogni nostra canzone e poteva recitare senza melodia i testi che avevamo scritto. Era impressionante.
Mi sentii già amato da quella donna. I suoi occhi erano blu notte, come se contenessero tutto il cielo e le sue stelle.
La sera parlammo tanto e dopo il pub Tea mi disse di andare in hotel con Alisa, che forse passare un po’ di tempo da soli ci avrebbe permesso di conoscerci più a fondo e che lei sarebbe andata a stare nell’ostello dove alloggiavano le due amiche. La ringraziai. Era la donna giusta per me. Ma non l’unica.
La mattina dopo dovetti partire di buon’ora e lasciai una lettera sul comodino di Alisa. Non so se l’avrei rivista, ma in qualche modo mi sentivo legato a lei. Mi sarebbe piaciuto vedere il fiore sbocciare. Avrei dovuto coltivarlo. E non ne ero capace in quel momento. Allora le scrissi.
“Amare è come coltivare.
Prendersi cura giorno dopo giorno e fiorire insieme.
Un fiore. Bagnare la sua terra ogni mattina e ogni sera durante i lunghi mesi estivi per osservarlo sbocciare solamente in settembre. Sfiorirà, a poco a poco. Come la vita.
E una stella brilla nel cuore del fiore.
Abbi cura di te.”
Il gattino nell’incavo della finestra guarda in alto, intento e concentrato come se fosse in contemplazione delle stelle; e io contemplo lui, così piccolo e perfetto da sembrare disegnato. Mi dà una rassicurante sensazione di caldo e di casa. La notte è scesa da ore, in uno dei tanti pomeriggi lunghi e vuoti che si susseguono ormai da tempo nella mia esistenza e in questo inverno. “Meno male che ci sei tu a riempire un po’ la mia vita”, penso sorridendo e accarezzo il pelo morbido del piccolo. A volte rischio di cadere nella depressione della solitudine: il vuoto, l’assenza, il silenzio mi sembrano troppo. Sono momenti difficili e cupi, in cui mi manca la voglia di fare qualsiasi cosa, non riesco quasi a muovermi. I pensieri non hanno luce, non ho prospettive o piani per il futuro; non vedo nulla. La solitudine, che qualche anno fa avevo scelto in modo sicuro e consapevole, ora mi appare uno spettro che ha agguantato i miei giorni. Non ce la faccio.
Decido che andrò a letto tra poco, con la sensazione che questa giornata debba chiudersi ora, senza altre proroghe, nonostante sia ancora relativamente presto. Ma poi sento dalla stanza di sotto suonare il telefono e mi muovo con calma, ma con decisione, per rispondere.
“Mario? – una voce squillante di donna mi chiama interrogativa – Sei tu?”
“Sì, sono io… Eleonora?”. Riconosco la mia amica di sempre, con cui non è frequentissimo sentirci, ma che resta uno dei miei riferimenti costanti.
“Ciao carissimo, come stai? Avrei una proposta per te: domani sera sono stata invitata ad una serata danzante… Lindy Hop, un ballo americano degli anni 20 e 30, non siamo ancora proprio antichi come quegli anni lì, ma ho pensato che mi piacerebbe provare, e vorrei andarci accompagnata da un cavaliere affidabile… che ne pensi?”
Penso che mi sembra una follia, per me che oggi ho faticato anche a muovere un passo in casa… ma che proposta da lei questa cosa potrebbe essere un simpatico azzardo.
“Perché no? Solo da te accetterei un’offerta così inaspettata e divertente. Ti passo a prendere domani sera a casa sua verso le 21: non farti aspettare!”. Eleonora è contenta, lo sento dalla voce; sarà un modo per stare un po’ insieme in mezzo alla gente, farà bene a tutti e due.
E così eccoci nel locale, con una musica vivace che suona a tutto volume. I ballerini sono sparpagliati sulla pista, sono in tanti. Li guardo danzare in modo così naturale e spontaneo che sento subito che avrei voglia di unirmi a quel ballo. In tanti film avevo visto giovani vestiti in modo simile muoversi al ritmo di una musica come quella, e sorridere felici per la gioia di vivere che certamente provavano e trasmettevano a chiunque li guardasse. “Dai, che ne dici di provare, Mario?”. Eleonora mi tende la mano e io resto perplesso, indeciso se buttarmi o meno. Penso che potrei farlo, al limite uscirò subito di pista se non mi sentirò all’altezza. E così mi alzo e prendo la sua mano: è una sensazione di dolcezza quella che sento, a cui non sono più abituato. Ma è così bello… Eleonora mi guida al centro della pista e comincia a muoversi con grazia dondolando sui piedi con un movimento alternato; io mi unisco e lascio che la musica mi suggerisca i passi da fare; la danza nasce da sola e mi rende felice. Sono a mio agio, sento che va tutto bene. Anche lei è su di giri e si muove bene, dopo un paio di balli viene invitata da un altro uomo. Mentre mi giro per mettermi da parte, una ragazza giovane coi capelli rossi e una fascia celeste mi viene incontro sorridendo e mi fa cenno con il capo per continuare a ballare: io accetto ricambiando il sorriso, sapendo che non sono esperto di nulla, ma che ho una gran fame di stare bene. E glielo dico. Lei conferma che è quello l’ingrediente principale e necessario per danzare bene: essere entusiasti di farlo. Balliamo, lei è bravissima e mi suggerisce mille altri passi diversi, e balliamo ancora, e poi ancora; la serata è un susseguirsi di danze e di sguardi sorridenti, la fatica nei polpacci un po’ aggranchiati, il fiatone alla fine di un giro, la birra per placare la sete e riprendere a respirare normalmente. E’ come un sogno. Mi sembra di essermi risvegliato dal torpore di troppo tempo: dal letargo di questo lungo inverno. Il calore del sangue che scorre in me mi riporta alla vita. Magia della musica. Miracolo della danza.
La mattina dopo, al risveglio, penso che la felicità sia ancora assolutamente alla mia portata: osservo il sole che sorge mentre apro la finestra dopo che mi sono svegliato, abbraccio con lo sguardo tutte le sfumature del cielo, apprezzo la bellezza della natura che contemplo da casa mia, ringrazio perché ho scelto di vivere in un posto pieno di grazia e di armonia. Poi mi soffermo con più attenzione sui dettagli di ciò che ho intorno, il colore caldo del pelo del mio gattino, i suoi occhi pieni di espressioni divertenti; l’ultima rosa tardiva che è fiorita in giardino, con quella sfumatura unica che trovo bellissima; il pettirosso che becchetta nello spiazzo su cui si affaccia la mia cucina. Il profumo del caffè; il caldo del termosifone; i rumori attutiti che provengono dall’appartamento dei vicini; la vita che si rimette in movimento alle 7 del mattino; il lavoro che mi aspetta.
Bisogna coltivare la felicità, perché dia frutti anche nel mezzo di un gelido inverno.
Lasciare il porto con la nostra imbarcazione era un po’ come lasciarsi alle spalle il mondo con la sua cattiveria, i suoi limiti e i suoi giudizi, la rotta era chiara…mare aperto, sole, vento e solo piccole isole da esplorare con lo scopo di sentirsi vivi come non mai.
Era da ventiquattro ore che si navigava, con il vento favorevole si erano già fatte parecchie miglia, nell’aria un profumo buono che proveniva da sottocoperta e invadeva tutta l’area del pozzetto, qualcuno si era cimentato con la cucina indiana, aveva preparato il Chapati un pane senza lievito e il Dahl una zuppa molto buona, ma senza zenzero.
La fame si faceva sentire, ma nello stesso tempo volevo sfruttare il vento favorevole che, dopo circa un’ora scese di intensità trasformandosi in una leggera brezza, l’ideale per preparare tavola nel pozzetto, rendendo il pranzo ancora più speciale, in tutto eravamo in sei su quella bellissima barca a vela che avevo acquistato un paio di anni prima da un conoscente che era passato ad una barca più grande.
Finito di pranzare abbiamo deciso che ci sarebbe stato proprio bene un momento di riposo, niente di più bello che sentire il profumo del mare, il rumore dell’acqua che si infrange sullo scafo e niente rumori che possano disturbare quella quiete.
Nel tardo pomeriggio una delle ospiti scomparve un momento sotto coperta per ricomparire alcuni istanti dopo con una chitarra e un tamburo in mano, sporse la chitarra alla sua compagna e tenne per se il tamburo, cominciarono così a SUONARE e cantare melodie spagnole, Felipa ed Estela si erano conosciute all’università di Valencia, era stato amore a prima vista, dopo più di quindi anni erano ancora insieme, erano le più giovani del gruppo, il resto della banda di anime ribelli era composta da Veronica e Marta fondatrici e socie di uno studio di architettura con uffici in Italia, Svezia, Messico e Canada amiche dal tempo dell’asilo entrambe sulla cinquantina e per concludere c’eravamo noi, io e Amira una donna araba che era anche la mia compagna.
Nel tardo pomeriggio abbiamo fatto ritorno a Marina di Ragusa per passare la notte.
Quella sera, dopo cena e in compagnia di un buon bicchiere di gewurztraminer decidemmo di scendere nel dettaglio e pianificare per bene dove saremmo andati e cosa avremmo visitato, una cosa era certa, no posti affollati, ecco perché si pensava a piccole isole disseminate nell’arcipelago greco, facendo una scappata prima a Malta.
Il giorno seguente decidemmo di partire all’alba, prima meta Malta, con circa dieci ore di navigazione si era a destinazione, una degli architetti conosceva un posto tranquillo per andare a mangiare pranzo, si doveva calare l’ancora e raggiungere il locale sulla spiaggia con il tender a motore, nel pomeriggio rifornimento della barca e riposo, l’idea era quella di raggiungere la Grecia affrontando il mare aperto circa quattro/cinque giorni di navigazione circondati solo dal mare. Era tutto così bello, era proprio quello che volevamo vivere.
Il giorno seguente eravamo tutti elettrizzati dalla partenza, già alle sei del mattino eravamo tutti svegli e dopo una buona colazione, abbiamo salpato l’ancora e siamo partiti, il vento non era un granché ma soffiava nella direzione giusta, si guardava verso l’orizzonte, mentre Malta alle nostre spalle diventava sempre più piccola… eravamo proprio dove volevamo essere, in mare aperto, solo pochi rumori irrompevano in quel angolo di paradiso, il rumore delle funi che si tendevano per effetto del vento che spingeva sulle vele, il rumore del mare che sbatteva sullo scavo dell’imbarcazione, anche il garrito dei gabbiani non si sentiva più, per un po’ ci avevano seguiti per poi fare ritorno all’isola di Malta, io ero al timone e vicino a me sedeva Amira, con in mano una tazza di tisana, mi guardava e mi regalava un sorriso che solo lei poteva darmi, ad un certo punto urla di meraviglia ruppero quel silenzio, le ragazze che stavano prendendo il sole a prua saltellavano sul posto e indicavano nella direzione davanti a noi, vi erano dei delfini che ci accompagnavano durante la navigazione, il loro entrare e uscire dall’acqua, era comparabile a un gruppo di ballerine e ballerini intenti a DANZARE seguendo una musica che solo loro potevano sentire… le urla festose fecero accorrere anche Veronica e Marta che in quel momento erano sotto coperta, Marta corse a prendere la macchina fotografica (la foto era la sua passione oltre naturalmente all’architettura) voleva immortalare quel momento magico, quando in mare si ha la fortuna di navigare accompagnanti da delfini è sempre di buon auspicio, il resto della giornata filò via senza che ce ne accorgessimo, tutta quella pace ci faceva sentire leggeri e con una grande voglia di vivere, dopo aver mangiato solo un panino a pranzo, avevo proprio voglia di farmi una bella cenetta, il menù della sera consisteva in pesce alla piastra che venne preparato sul fornello dotato di pietra ollare, presente nel pozzetto accompagnato da un paio di bottiglie di buon gewurztraminer.
Dopo aver messo in acqua la boa galleggiante e essermi dato una rinfrescata ho raggiunto il resto della compagnia per godermi la cena e la serata, sopra le nostre teste un cielo stellato meraviglioso, per l’occasione abbiamo anche spento per alcuni minuti le candele e le luci di navigazione, avvolti nelle nostre felpe eravamo tutti sdraiati sul prendisole di prua e ci godevamo lo spettacolo, avvolti dall’oscurità, le stelle, il silenzio e tanta pace.
I giorni seguenti passarono senza grandi eventi degni di nota, solo una gran voglia di goderci quella pace, anche le spagnole avevano rinunciato alla loro musica, nessuno osava disturbare quella quiete, succedeva che delle volte ci ritrovassimo a parlare sottovoce senza un motivo.
Il pomeriggio tardi del quinto giorno si cominciava a vedere in lontananza la Grecia, la destinazione era il porto di Navarino, lì abbiamo passato la notte e fatto rifornimento per la barca.
Il giorno seguente non vedevamo l’ora di ripartire, prima destinazione l’isola di Kea, lì mi dovevo incontrare con un vecchio amico, Marino che era andato a stabilirsi sull’isola per dedicarsi alla sua grande passione la pittura, mentre era in quel posto magico e siccome amava cucinare prodotto a base di grano, si era messo a COLTIVARE un grano molto antico e raro con il quale preparava pane, biscotti, grissini e una zuppa di grano cotto con verdure che era la fine del mondo.
Il giorno seguente ci fece fare il giro dell’isola, anche se io la conoscevo già molto bene perché ero andato più volte a fargli visita, il monastero, il leone di pietra erano comunque sempre belli da rivedere.
Passare del tempo con lui voleva dire condividere pensieri che ci accomunavano, lui famoso pittore e io famoso scrittore, entrambi impegnati in prima persona nel finanziare la costruzione di ospedali e scuole. La mia compagna si era adoperata ad organizzare serate che avevano lo scopo di raccogliere fondi per nuovi progetti, proprio in quelle serate avevamo conosciuto prima Veronica e Marta grandi filantrope, dopo Felipa ed Estela fondatrici degli ospedali.
Tutti uniti volevamo rendere il mondo un posto migliore.
Era di nuovo successo…
Per quanto avesse lavorato per accettarlo, continuava a non essere semplice e a provocare dolore.
Voglia di piangere.
Paura.
Sonia, stesa sul letto, ripensava a quando quelle sensazioni l’avevano accompagnata per quasi tutti i giorni, in solitudine a casa o nelle passeggiate abbastanza aitoimposte, per scambiare qualche parola, comprare il cibo e la spesa, andare a trovare il papà…
A volte le sembrava di essere sempre lì, allo stesso punto fermo, pur con qualche variante, qualche passo compiuto, verso gli altri, verso una maggiore responsabilità, il coraggio, l’ autostima …
Ma la paura dell’ abbandono, la ricerca di approvazione e conferma, il desiderio di coccole, di sostegno fisico e morale…continuavano ad attanagliarla.
Ed erano inevitabili la frustrazione, la delusione, la tristezza mischiata a rabbia, il sentirsi poco apprezzata, data per scontata, rimandabile.
Per gli altri lei veniva spesso dopo molto altro.
Dopo il gustare con calma il cibo.
Dopo lo zapping alla TV, fra i social, i messaggi, le mail e le applicazioni.
Dopo i video a fine giornata per ridere e non pensare.
Dopo il telegiornale per restare aggiornati.
Dopo…
E le sue richieste di affetto, le sue esternazioni di desiderio di confronto, condivisione, consiglio …spesso erano giudicate richieste di parole scontate, già dette e quindi non necessarie.
Così lei, volendo cambiare i meccanismi, automatici o comunque molto istintivi e paralizzanti, ma non sapendo come fare…, allora restava Zitta, attendeva lo sviluppo degli eventi.
Ma spesso non accadeva nulla.
Gli altri continuavano la loro vita e la ignoravano, dimostrando di poter benissimo fare a meno di lei, di non provare nulla di fronte alla sua tristezza, al mutismo e al dileguarsi in altre stanze ed attività.
Quali tasti doveva SUONARE per cambiare davvero?
Per respirare più profondamente in modo spontaneo.
Per DANZARE non solo in momenti particolarmente sereni e gioiosi ma ad ogni alba e a ogni tramonto, ad ogni respiro concesso, ad ogni idea ed alla sua realizzazione, alla vita!
Come al solito, però, da decenni ormai alcuni meccanismi erano davvero famigliari, una maggiore calma era arrivata.
La distanza emotiva dagli eventi e dal contingente non era più solo una posa, un obiettivo, ma è ora realtà.
E adesso COLTIVARE i propri sogni e pensieri, al di là delle risposte e reazioni altrui è di nuovo possibile, meraviglioso, vitale.
La scrittura ha vinto ancora una volta.
E se nessuno mai lo saprà, non importa.
Se nessuno mai leggerà il suo sfogo intimo, sarà valsa comunque la pena.
L’ anima di Sonia ora è più leggera, più felice e pronta a dormire e riposare.
Pronta a sognare, di giorno e di notte.
E a lottare per realizzare qualche sogno, da sola o con altri.
E se le persone a cui lei più tiene non condividono, non si interessano, non ascoltano…non importa.
È importante per lei e questo basta.
E avanza.
Ora la solitudine non fa più paura.
Anzi fa compagnia.
E la tristezza, che prima faceva venire voglia di piangere e paura, ora scalda il cuore, lo fa battere in modo unico, vitale e fantastico.
Ora anche i momenti in cui il respiro pare fermarsi non la terrorizzano più.
In quelle occasioni, Sonia si ascolta, ha imparato a farlo tutte le volte che credeva di morire e nessuno la prendeva sul serio, ed è diventata esperta, grazie al forzato allenamento.
Si ascolta e, appena può, chiude un attimo gli occhi. Cerca di sentire dentro cosa dice la voce interiore. E quasi sempre le frasi che si ripetono spontanee in testa non sono così positive verso di lei.
“Sei così diversa, possibile che fai sempre pasticci!’
‘Prima o poi finirai davvero male e perderai tutto ciò a cui tieni, così finalmente imparerai ! ”
“Per quanto ti sforzi, gli altri ti fanno un favore quando ti parlano, ti ascoltano, ti considerano, perché tu fai tanti sbagli, più degli altri ”
“Non faccio mai abbastanza. Non sono abbastanza brava”
“Se smetto di occuparmi degli altri, di cercare di aiutarli, nessuno più mi vorrà bene”
E l’ elenco potrebbe continuare a dismisura…
Ma riconoscere questi pensieri, accettarli e cercare, almeno un po’, di associarli a qualche parola più comprensiva verso le sue insicurezze, i sensi di colpa, le paure, le distrazioni… è ormai il compito quotidiano della sua mente.
E qualche risultato inizia ad arrivare.
Il percorso è lungo, lo è per tutti, ma ogni tappa ha il suo fascino, insieme al suo deserto e al suo buio.
Riconoscere e ricordare che nulla dura per sempre, che anche la sensazione più brutta (come anche, purtroppo, quella che pare la più bella) è provvisoria, spesso molto passeggera e mutevole: questa è la ricetta che spesso consente di non spaventarsi troppo, di andare comunque avanti o , se non proprio avanti, almeno non andare indietro o indietreggiare lentamente.
Ogni passo, ogni dubbio, ogni tentativo consapevole sono importanti per ridefinire se stessi, conoscersi davvero, anche nelle parti che non si vorrebbero ammettere di sé e che spesso sono quelle che più serve ascoltare e accettare.
È un cammino per tutti, ma pochi hanno il coraggio di intraprenderlo davvero .
La sofferenza serve, serve tanto a vivere meglio. A ripartire e risvegliarsi.
Era una notte buia e tempestosa.
Niente affatto. Era una serata chiara e luminosa, anche se in cielo già s’intravvedevano le prime stelle. Lei era seduta in giardino, sulla panca sotto il portico: aveva posato accanto a sé un cesto pieno di mele, una pentola sbrecciata e giocherellava assorta con un coltellino a serramanico, il vecchio Opinel della nonna. Voleva sbucciare la frutta, ma rimaneva inoperosa, girando intorno lo sguardo.
Lui socchiuse piano il cancelletto in fondo al giardino e quello cigolò sotto la spinta. Non aveva le chiavi, ma non c’era bisogno di suonare il campanello.
– Bisogna oliarlo, questo cancelletto… –
Disse lui riaccostandolo e avviandosi verso il portico.
– Lo so – disse lei – me ne dimentico sempre. Vieni, siediti qui –.
Gli fece posto sulla panca.
– Fai attenzione con quel coltellino –.
Disse lui.
Lei cominciò a sbucciare una mela:
– Vedi, è piccola e verde, ma vengono solo così.
– Però cotte diventano buone -.
– Lo so e a te sono sempre piaciute. Se stasera rimani, te ne faccio cuocere due -.
– Non posso fermarmi… lo sai – e, subito, guardando il piccolo trattore posteggiato vicino al garage – e i bambini, dove sono? –
– Al mare, con gli altri nonni -.
Stettero in silenzio un po’.
Le stelle si erano fatte più vive, il cielo più scuro, striato di rosa. Si era anche levata un’arietta che faceva danzare le foglie degli alberi nel giardino accanto.
– Ti ricordi quando si andava noi al mare, con i nostri tre? Com’era bello viaggiare e cantare sulla vecchia Escort! -.
Lei si era girata verso di lui dondolandogli sotto il naso la buccia di una mela.
Ma lui scosse la testa:- Pfff, … era più il tempo passato a farli vomitare, via uno incominciava l’altro e sempre nelle curve a gomito del Tenda. Poi, è vero, si riprendevano immediatamente e ricominciavano a cantare, ognuno per conto proprio.
– Era bello, dai, ammettilo -.
– Stancante. E, al viaggio successivo, una litania di ricordi: lì, ho vomitato io, no io, lì dopo quel ponte, a Isa le era scappata la pipì perché tu papà non fermavi… –
Ora lui rideva, nel raccontare.
Lei, che si era sentita un po’ interdetta, aveva ripreso a sorridere insieme a lui.
Una pausa
– Ti ricordi di quella volta che invece eri stata tu a patire la macchina e avevo dovuto affidarti a un doganiere francese (c’erano ben quattro controlli per arrivare al mare) mentre andavo a cercare una farmacia; e il doganiere, suggestionato, era stato male a sua volta. Una scena da film comico!
– Adesso la scena ti diverte, ma quella sera eri verde pure tu! –
Stelle sempre più vivide in cielo e aria più fresca.
Lei aveva smesso di sbucciare le mele, si era infilata un golf, stringendoselo intorno e lui le aveva passato un braccio sulle spalle.
– Chi ha tagliato l’erba?-
Lui inspirava il profumo della terra umida, rasata da poco.
– Tuo nipote, il piccolo. Ovviamente suo padre l’ha aiutato -.
– Mi ricordo di quando l’erba la tagliavo io – .
– Ma quante volte bisognava chiedertelo? E quando finalmente eri pronto tu, non lo era il tagliaerba… O mancava la benzina, o si era inceppato il motore o non funzionava il freno…-
Sorridevano, tutti e due. Il profumo dell’erba e quello del gelsomino
– Mi piace questo profumo. Prima non ricordo se riuscivo a coglierlo…-
– A me piaceva quello della pipa. Ti ricordi di quando ti eri messo a fumarla?-
Il cielo si era fatto via via più scuro, ma non era ancora buio.
– Io mi ricordo di quando ti mettevi un vestito rosso -.
– Io mi ricordo di quando mi hai portata a vedere “Tutti insieme appassionatamente” -.
– Io mi ricordo di quando, la domenica, guardavamo gli spezzoni dei cartoni sulle pellicole Super 8 -.
– Il tuffo di Brontolo! E i bambini impazienti, seduti sul tappeto. A chi chiedeva di poter dare un aiuto, consegnavi seriamente un filo qualunque – Attento, tieni lì! – e ci costringevi a restare fermi, zitti, per almeno un quarto d’ora nell’attesa di quei cinque minuti di proiezione, che loro avevano sognata tutta la settimana- .
– Era un rito -.
– Un rito noiosissimo -.
– Ma nel ricordo diventa divertente: sorridevi mentre raccontavi -.
Il cielo si era fatto sempre più scuro e le stelle più brillanti.
– Devo andare… –
Si erano alzati, lei e lui, dalla panchina, lasciando lì il cesto di mele con la pentola sbrecciata e un mucchio di bucce. Qualcuna caduta nell’erba.
– Anche i ricordi dei viaggi in carrello, col tempo, sono diventati più divertenti. Mi sembra di risentire le risate soffocate di quando si saliva velocissimi all’interno della tenda per non far entrare le zanzare e tu subito pronto a infilarti nel sacco a pelo e a spegnere la pila – Ssst, ssst, che i vicini dormono! -mentre i vicini tracannavano birra e berciavano sguaiatamente -.
Si erano avvicinati al cancelletto:
– Devo andare –
Ripetè lui.
– Tornerai? –
-Non so…. –
– E’ bello coltivare i ricordi -.
– Continua a farlo – dice lui, uscendo. Chiudi bene il cancelletto. E ricordati di oliarlo. E vai a fare cuocere le mele prima che anneriscano.
“Astrea! Astrea! Vieni qui!”.
Continuo a chiamarla. Come quel giorno.
Lei non mi può rispondere. Se n’è andata. Per sempre.
Non è soltanto uscita a giocare in giardino. Come faceva di solito.
Io me ne stavo seduta in soggiorno e l’eco della sua voce da fuori mi raggiungeva attraverso i vetri sottili della grande finestra che sprofondava nel bosco. Ogni santo giorno.
Se n’è andata.
E da quando non è più qui la sogno. Ogni notte.
Lei abita dentro di me. Si potrebbe dire. Così.
Astrea: vergine delle stelle. Della giustizia. Per questo avevo scelto questo nome per lei.
Per il mio amore verso la virtù del rispetto dei diritti di ognuno.
Ma ora non c’è più nulla di giusto. Da quando se n’è andata. Da quando il bosco se l’è inghiottita.
Quanti passi per cercarla. Mi sono spinta nel fitto della boscaglia. In ogni stagione.
Ho setacciato ogni metro quadro d’erba. Sottobosco. Catapecchie abbandonate. Buche. Alberi cavi.
Ho percorso senza stancarmi chilometri nelle svariate direzioni d’ogni sentiero. Niente.
Ho chiesto di lei. Ho urlato di lei. Anche controvento. E con me: gli altri. Ma nulla.
Nelle orecchie le sirene delle volanti hanno suonato e risuonato. Quante volte.
Ho fatto tana nei miei pensieri per tanto tempo. Ho ripercorso nella mente quei giorni di ricerca.
Ho risentito. E risentito. Quel medesimo suono. Un’inferno? Forse.
Io credo. Credo nell’impossibilità di sapere ciò che la notte o il bosco inghiotte senza restituirlo indietro.
Ho smesso di torturare il mio cervello impotente. Ho percorso altri sentieri. Più fitti. Interni. Più miei.
E sono arrivata a trovarti. Vergine delle stelle. Mia Astrea.
Ho trovato giustizia nei sogni che ti riportano qui in carne ed ossa. Così ti posso toccare. Abbracciare.
Ti vedo correre di nuovo nel prato. Nel bosco. Vicino a casa.
Il tuo arrivo inizia sempre con una melodia. E’ come una danza notturna.
Me ne accorgo perché l’orologio che troneggia in soggiorno si ferma di colpo.
Ricordi? L’orologio e’ così grande che a portarlo a casa erano venuti in quattro. Uomini robusti. Il giorno della consegna.
Ti eri stupita di quell’acquisto così spropositato. Avevamo riso così tanto.
Ma tutto qui in questa casa è a sproposito. Il cavallo che dorme nella tua stanza.
Le rane dipinte sulla parete del corridoio che sembrano saltarci addosso ad ogni passaggio.
Oppure ancora quei due busti di maghi strampalati con i cappellacci e gli occhi sporgenti che mi avevi costretto a comprare tanti anni fa in un mercatino di Parigi.
Ma… tornando all’orologio… Ogni notte si ferma. La casa viene inondata da una melodia dolcissima.
Vedo tutto danzarmi intorno. Le tende. Le posate sul tavolo.
Le sedie con i loro cuscini come sollevate da un venticello leggero.
Dura poco. Dieci secondi al massimo. Per la mia mente è qualcosa di straordinario. Un motivo di felicità.
Subito dopo arrivi tu. Coperta di piume. Bagnate. Ed inizia il mio Paradiso quotidiano.
Ti siedi sul divano. Accanto a me. Mi racconti le storie delle costellazioni e di stelle lontanissime.
Le chiami ad una ad una per nome. Ed io ascolto. Accanto a te. In silenzio.
Ogni volta tu mi chiedi lo sciroppo di mirtillo che ti piaceva tanto. Mentre lo bevi ti sporchi tutte le labbra. A volte le piume.
Ridi. Sorridi. Ed io con te. Poi ti racconto. Di me. Di noi. Prendo un oggetto a sproposito e ne vien fuori una storia. Per te.
Ti fai una corsa in giardino. E ci salutiamo con il bacio sulla guancia di sempre. Mi basta averti accanto in quel modo.
Ora che il cielo è la tua casa me ne regali pezzetti diversi ogni notte.
Con quei frammenti ridisegno le mie giornate. Vergine delle stelle.
Oggi ho comprato dei gelsomini stellati e li ho piantati in giardino.
Fiori del cielo. Li chiamo io. Coltivarli è un modo per prendermi ancora cura di te. Cara Astrea.
Spica dice che il loro profumo ubriaca. Le parlo sempre di te. Siete uguali come due gocce d’acqua.
Non ti ho detto che lei ti ha disegnato. Ieri.
Eravamo in soggiorno. Ha raccolto alcuni petali di gelsomino e li ha sistemati su un foglio blu.
Fino a formare una grande stella bianca. Profumata.
“Mia sorella è la più bella tra le stelle del cielo.” Dice.
Io sono felice che abbia disegnato te. Prima erano soltanto disegni del bosco. Nero Fitto.
Macchie nere. E nere. Informi. Una collezione infinita che ho accumulato nel cassetto del comodino.
Stanotte Spica ti vorrà incontrare. Me lo ha chiesto con insistenza.
Ti aspetteremo sedute sul divano. Spica teme di addormentarsi. La terrò sveglia con mille storie.
Quelle che racconto a te. Ogni volta diverse. Nascono tutte da quegli oggetti a sproposito disseminati per casa.
Stasera userò le roselline gialle di vetro appoggiate sul davanzale. Ci si può guardare attraverso.
Saranno loro le protagoniste. Saranno loro a guidarmi. Come le stelle guidano i naviganti.
Spica dice che io sono una contadina che coltiva storie e che prima o poi dovrei scriverle e farne un libro.
Forse un giorno. Sì. Lo farò. Per ora coltivo desideri che nascono tutti dalla mancanza di te. Mia dolce Artea.
Inghiottita dal bosco. Quello stesso bosco che mi ha vista crescere.
Quello stesso bosco di cui mia madre non voleva mai parlare. Laggiù in fondo al giardino.
Il bosco fitto in cui ho messo piede la prima volta quando sono venuta a cercarti. E non ti ho più trovata.
Ho preso una decisione. Contro ogni promessa fatta a mia madre. Venderò la casa. Il giardino.
C’è un acquirente. Ha chiamato oggi. Domani verrà a farci visita.
Devo mettere più distanza tra me e quel bosco.
Cara Artea chissà se verrai a farci visita in qualsiasi luogo? Anche lontano da qui?
Sono domande che bussano alla mia mente.
Interrogativi che fino ad ora mi hanno tenuta ancorata a questa casa.
Ma ho deciso. Spica non può vivere di soli ricordi.
Artea e Spica: le gemelle identiche dei mie sogni.
L’orologio si è fermato. E’ l’ora di Artea.
Stasera saremo in due ad aspettarti.
“Spica! Spica! Vieni qui!”.